La resistenza agli antibiotici è uno dei fenomeni più studiati e discussi in ambito di salute globale, nonché una sfida che preoccupa l’intera comunità medico-scientifica, soprattutto alla luce dei dati più recenti. Un libro appena uscito ci aiuta a capire meglio questo fenomeno naturale, a capire cosa può fare ciascuno di noi e cosa è importante fare invece a livello di società. A partire da un fondamentale cambio di prospettiva.
Un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica – forse la più prestigiosa rivista medica – The
Lancet riporta i risultati dell Global Research on Antimicrobial Resistance e dipinge un quadro estremamente preoccupante: nei prossimi anni l’incidenza delle infezioni resistenti continuerà a crescere, arrivando a essere responsabile tra il 2025 e il 2050 di circa 39 milioni di decessi.
La scoperta degli antibiotici ha cambiato radicalmente la storia della medicina e dell’umanità intera. Possibile che ora i benefici di questa scoperta vadano perduti, e che il mondo torni a un’era “pre-antibiotica”? Come possiamo fare per evitarlo?
Una possibile risposta, o meglio un quadro più completo del fenomeno, ci arriva da Michele Bartoletti, professore Associato di Malattie Infettive presso Humanitas University e Responsabile dell’Unità Operativa di Malattie Infettive presso l’IRCCS Humanitas Research Hospital.
Nel suo libro “Batteri resistenti. La sfida della Convivenza” (Il Mulino, 2024), Bartoletti ci mostra come per agire nella maniera più efficace possibile si debba cambiare prospettiva. È necessario passare dall’idea di una guerra infinita senza vincitori a quella di una relazione consapevole, una convivenza, appunto, nella quale raggiungere un equilibrio duraturo. Per costruire un futuro in cui gli antibiotici mantengano la loro efficacia salvavita.
Vi riportiamo qui una breve intervista con Michele Bartoletti e un estratto del volume.
Perché un libro sulla resistenza agli antibiotici? Dobbiamo preoccuparcene, è un’emergenza?
Dal 2010 in poi abbiamo dovuto affrontare un grande problema di resistenza agli antibiotici che ha causato migliaia di morti in Italia soprattutto negli anziani e nei soggetti fragili. Sì è un’emergenza e se ne parla troppo poco.
Finora spesso si è sentito di parlare di guerra ai batteri e alla resistenza agli antibiotici. Lei qui cambia registro, cosa intende con “convivenza”?
Da una parte bisogna considerare che non potremmo mai eliminare i batteri anche perché alcuni di essi svolgono funzioni fondamentali per l’ecosistema e per gli altri organismi viventi. Dall’altra sebbene è chiaro che alcuni di essi sono potenzialmente mortali per l’uomo, I batteri sono specie che evolvono e naturalmente diverranno sempre resistenti alle armi che utilizzeremo contro di essi. In questo senso dobbiamo imparare a convivere con questo problema e ad essere sempre pronti ad affrontarlo volta per volta ed utilizzando altre strategie di prevenzione delle malattie e di contrasto all’antibiotico resistenza come il buon uso degli antibiotici.
C’è qualcosa che ognuno di noi può fare per rendere questa convivenza il meno imprevedibile e più possibile equilibrata, e quindi per ridurre il rischio della diffusione di batteri resistenti?
Si, c’è qualcosa che ognuno di noi può fare ed è aumentare la propria consapevolezza – come medici, infermieri e anche singoli cittadini – sul buon uso degli antibiotici e sulla prevenzione, avendo fede nelle raccomandazioni delle autorità sanitarie, soprattutto in tema di vaccinazioni, igiene delle mani e altre contromisure.
ESTRATTO DAL VOLUME: L’inizio di un infinito ping pong
Non si è dovuto attendere molto, dopo la scoperta e ancora di più dopo l’applicazione clinica della penicillina e la sua commercializzazione, per assistere alla comparsa dei primi ceppi resistenti, soprattutto ceppi di Gram-positivi. Il primo caso registrato sembra risalire al 1947, appena sei anni dopo la messa a punto definitiva del primo antibiotico a base di penicillina. Allo sviluppo e alla diffusione di queste prime forme di resistenza potrebbe forse aver contribuito anche il massiccio impiego del farmaco durante la Seconda guerra mondiale.
E sebbene la comparsa di questi ceppi sia stata un brusco ritorno alla realtà, ci ha permesso, prima ancora che studiassimo e comprendessimo il fenomeno, di renderci conto del fatto che specie batteriche o fungine producono delle sostanze che servono loro per proteggersi da altre. Si tratta di un processo naturale di coevoluzione delle specie che garantisce la rispettiva sopravvivenza. Era tuttavia il primo segnale chiaro che si trattava di una convivenza non evitabile tra la nostra specie e le migliaia di specie di microbi che con noi condividono il pianeta.
Del resto lo stesso Alexander Fleming, sempre nel discorso del 1945, aveva provato a mettere in guardia la comunità scientifica rispetto a questo rischio e aveva invitato alla cautela e a fare attenzione a non impiegare male questa nuova straordinaria risorsa:
“Vorrei lanciare una nota di avvertimento. La penicillina è a tutti gli effetti non velenosa, quindi non è necessario aver paura di avvelenare il paziente somministrando una dose eccessiva. Tuttavia, potrebbe esserci un pericolo nel sottodosaggio. Non è difficile rendere i microbi resistenti alla penicillina in laboratorio, esponendoli a concentrazioni non sufficienti ad ucciderli, e la stessa cosa è accaduta occasionalmente nell’organismo umano.
Potrebbe arrivare il momento in cui chiunque potrà acquistare la penicillina nei negozi. A quel punto ci sarebbe il pericolo che chi ignora questo rischio possa facilmente assumere dosi troppo basse e, esponendo i suoi microbi a quantità non letali del farmaco, renderli resistenti”.
Quello descritto da Fleming, il sottodosaggio, non è certo l’unico caso di uso improprio degli antibiotici che può contribuire alla comparsa di forme resistenti, tuttavia è interessante notare che già all’epoca il fenomeno della resistenza ai farmaci destava preoccupazione.
Da allora, alla scoperta e al sempre più massiccio e globale impiego – corretto, scorretto o eccessivo che sia – di questi nuovi farmaci miracolosi che hanno rivoluzionato la pratica medica e permesso risultati che prima erano inimmaginabili nel campo della chirurgia, dell’oncologia, della pediatria, è corrisposta la regolare comparsa di ceppi batterici resistenti a essi, in un continuo ping-pong in cui a un colpo inferto da scienziati e medici la naturale evoluzione dei batteri «rispondeva» con la sopravvivenza e quindi la diffusione di un ceppo resistente. All’inizio, questo ping-pong non ha destato molta preoccupazione grazie all’abbondanza di nuovi medicinali con cui sostituire quelli inizialmente non efficaci e al consistente – e per un certo tempo continuato nel tempo – arrivo di nuovi farmaci sul mercato. Con il tempo, tuttavia, soprattutto dopo che si è smesso di cercare e sviluppare nuovi farmaci e contestualmente l’uso e l’abuso di quelli in circolazione prendevano sempre più piede e si diffondeva un esagerato senso di sicurezza, è comparso un maggior numero di batteri resistenti che si sono progressivamente diffusi, lasciandoci con meno farmaci efficaci a disposizione. Questo, come vedremo più avanti, ha portato a una vera e propria «crisi degli antibiotici».
(…)
Rallentare, rallentare, rallentare
Questo ping-pong, come lo abbiamo chiamato prima, è un meccanismo molto dinamico, molto rapido, e altrettanto – è bene sottolinearlo di nuovo – naturale e inarrestabile. È impossibile trovare una soluzione, non solo farmacologica, ma anche di policy ospedaliera, che possa completamente impedire la comparsa di ceppi resistenti agli antibiotici in uso. Il solo fatto di usare antibiotici promuove la comparsa di ceppi resistenti, perché semplicemente li seleziona: eliminando tutti gli altri restano solo quelli resistenti. È come quando davanti a una sventagliata di proiettili restano in piedi solo le persone che indossano un giubbotto antiproiettile.
Cosa si può fare quindi? Oltre a cercare soluzioni (e quindi chiedere alla ricerca e all’industria farmaceutica di individuare e sviluppare nuove classi di molecole che prima o poi serviranno) per aggirare i meccanismi di resistenza che vediamo in atto, anzi prima ancora, è fondamentale fare di tutto per rallentare la selezione e la diffusione della resistenza. Gli strumenti per ridurre la diffusione delle resistenze, praticabili e di provata efficacia, sono essenzialmente due. Il primo è la rapida identificazione di portatori di batteri resistenti e il loro isolamento. Questa è una mossa molto importante soprattutto all’interno degli ambienti ospedalieri, meno all’esterno, sul territorio. All’interno dell’ospedale è infatti fondamentale che chiunque risulti portatore di germi multiresistenti sia in qualche modo isolato dagli altri, cosa che purtroppo risulta molto difficile in Italia e in Europa dove abbiamo ospedali con camere da due, tre, quattro letti per stanza. Ovviamente in ospedale viene fatto un uso importante di antibiotici, c’è un’alta concentrazione di pazienti e quindi di persone malate e/o fragili e c’è più facilità di sviluppo di resistenza rispetto ad altri contesti. Questo è naturale, lo sappiamo benissimo: purtroppo in qualsiasi ospedale, anche in quello migliore al mondo nel contrastare l’antibiotico-resistenza, ci saranno questi problemi. Il secondo strumento è il contenimento delle infezioni, per esempio con l’isolamento del paziente da altri pazienti. Se malati con infezioni multiresistenti e sono in una stanza con altri malati, i batteri dei primi, capaci di resistere a un antibiotico, trasmetteranno, lo abbiamo già sottolineato, l’informazione genetica necessaria alla resistenza ai batteri ancora sensibili dei secondi. Talvolta poi anche il medico o, più in generale, l’operatore sanitario può trasformarsi in vettore involontario. L’operatore sanitario è tenuto a lavarsi le mani in alcune situazioni ben stabilite durante la routine lavorativa. Ad esempio ogni volta che si visita il paziente o semplicemente prima e dopo essere entrati nella stanza dello stesso. Se l’igiene delle mani non viene fatta o viene fatta in maniera inaccurata si rischia di trasmettere la colonizzazione batterica ai pazienti visitati in momenti successivi. Anche l’utilizzo dei guanti è indicato in alcune situazioni particolari (ad esempio se è nota la presenza di un batterio resistente nella flora del paziente), ma va ricordato che questo strumento non sostituisce il lavaggio delle mani (anzi è un grave errore confondere le due cose) e soprattutto i guanti vanno indossati subito prima e rimossi subito dopo il contatto con il paziente perché anche questi, come le mani, si contaminano facilmente proprio nel corso della visita.
Va sottolineato inoltre che il semplice lavaggio delle mani, da solo, per quanto fondamentale e imprescindibile per prevenire e contenere la diffusione di questi ceppi, non è efficace al 100%, in alcuni casi occorre utilizzare vere e proprie precauzioni da contatto, come vedremo più avanti nel volume.
Di buone pratiche e abitudini, di nuovi farmaci antibiotici in grado di aggirare i meccanismi di resistenza e di strategie parleremo ancora più avanti nel libro. Quello che è importante capire è che nessuna di queste azioni è in grado di impedire il formarsi di nuovi ceppi resistenti capaci di mettere in atto meccanismi di resistenza a noi ancora sconosciuti. Sono tuttavia – individualmente e ancora di più in concerto – azioni indispensabili a rallentare la diffusione di resistenze esistenti e la formazione di nuove, a darci tempo necessario a mettere a punto altre strategie, farmacologiche e non, sempre più, per imparare ad adoperare correttamente gli strumenti che abbiamo a disposizione e quindi a gestire sempre meglio questo ping-pong e continuare a contrastare e prevenire le infezioni batteriche (e non).
Comitato di Redazione Assilt