Psicologi, assistenti sociali ed educatori professionali in prima linea contro gli strascichi dell’isolamento.
Martina Cirrito, Francesco Cannia e Gabriele Giannino sono voci a un cellulare. Angeli senza volto che, da un telefono, tendono la mano; chi è all’altro capo la stringe, perché spesso quella mano è l’unico sostegno.
Sono un’assistente sociale, uno psicologo, un educatore professionale.
Lavorano alla Fiera del Mediterraneo di Palermo, hub vaccinale e quartier generale della gestione dell’emergenza Covid.
È qui che ci si immunizza in massa dal Coronavirus; da qui partono le Usca, Unità speciali di continuità assistenziale: medici che curano, vaccinano a domicilio, tentano anche l’impossibile dal punto di vista sanitario, ma per trattare quel materiale fragile che è l’uomo servono il tatto di Martina, Francesco, Gabriele e della loro schiera di operatori sociali.
È l’altra faccia della cura. L’ascolto come un balsamo per ferite nascoste, se non proprio come un farmaco.
“L’emergenza Covid è stata anche sociale, oltre che sanitaria – osserva Martina Cirrito. Per chi è stato positivo al virus sono nate esigenze nuove, che nulla avevano a che fare con l’aspetto clinico”.
I 12 assistenti sociali in servizio alla Fiera, come i 10 psicologi e gli 11 educatori professionali si sono ritrovati guerrieri contro un esercito di sofferenza, a salvare persone mai viste in faccia.
Al telefono, con la pazienza delle parole, c’è stato da raccogliere i cocci dei tanti che si erano come spezzati dopo la quarantena o un lungo isolamento.
Gli assistenti sociali e i mille volti del disagio
A marzo – aprile 2021 i servizi sociali intervenivano su segnalazione dei medici.
Da maggio, il commissario all’emergenza Covid di Palermo, Renato Costa, ha riorganizzato le Usca, assegnando due assistenti sociali a ogni unità. Le “Usca sociali”, a Palermo e tra le prime in Italia, sono nate così: in aiuto ai positivi, contro i disagi della reclusione forzata.
Hanno assistito più di mille famiglie. C’era chi, bloccato a casa, non poteva fare la spesa o comprare medicine; gli assistenti sociali hanno attivato i canali per la fornitura gratuita, sconosciuti a molti aventi diritto.
Hanno dovuto informare, semplificare, fare da cerniera tra l’utente e i servizi, ma anche domare disagi profondi.
Per Paolo (nome di fantasia, come quelli che seguiranno) gli assistenti sociali hanno fatto da motivatori: morto suo padre, non voleva più studiare. Lo hanno indirizzato a uno sportello per il lavoro. Ha preparato un curriculum, lo ha fatto girare; aver trovato un impiego è stata la prima gioia dopo mesi.
Antonio, quarant’anni, piangeva come un bambino all’idea di non poter accudire i genitori anziani per aver contratto il virus.
Bisognava tenere in piedi Maria, malata oncologica cui il Covid ha fatto interrompere le terapie o aiutare Stefano, adolescente autistico, regredito in modo devastante dalla quarantena.
Poi c’è l’altro isolamento, quello delle periferie, preesistente alla pandemia; gli assistenti sociali della Fiera, con i medici, le stanno percorrendo una ad una nella campagna
“Accanto agli ultimi”, per immunizzare poveri, senzatetto, sfortunati.
Palermo è tra le prime città italiane a essersi attivata. I dottori vaccinano e sensibilizzano; gli assistenti sociali parlano agli emarginati per capire perché si rannicchiano così tanto nel proprio quartiere da non voler uscire.
Allo Zen, al Cep, alla Noce e in altri pezzi di periferia c’è chi non va ai centri vaccinali perché non lo sfiora nemmeno l’idea di lasciare qualche ora il suo guscio di quartiere.
Gli psicologi: oltre il senso di colpa
Anche per chi ha il virus l’isolamento, oltre che imposto, può essere autoinflitto.
“Chi è stato positivo si riallena piano alla vita sociale – spiega Francesco Cannia, referente degli psicologi della Fiera del Mediterraneo. Tanti faticano. Bisogna convincerli che possono tornare a uscire di casa.
A volte è lo stigma, l’etichetta di ‘infetto’, a rallentare il processo. Altre il senso di colpa per aver contagiato i parenti che si sono aggravati o non ce l’hanno fatta”.
Molto del lavoro degli psicologi e psicoterapeuti dell’hub di Palermo riguarda la morte improvvisa e senza addii, perché la pandemia ha stravolto ogni rito, compreso quello funebre.
L’unico saluto che Amalia, positiva al virus, ha potuto dare al padre, è stato dal balcone di casa: il carro funebre è passato sotto le sue finestre.
Chi ha sostenuto ritmi impossibili nel periodo più caldo dell’emergenza, medici e non solo, è crollato a tradimento, una volta rallentato il lavoro.
A migliaia di Covid-positivi non è bastato negativizzarsi per archiviare stati d’ansia e incubi notturni o riprendere la vecchia vita: certe fratture dell’anima sono più lente a sanarsi, motivo per cui la gestione post-Covid di questi pazienti ha bisogno di tempi lunghi.
Dal 28 dicembre a oggi, Francesco e colleghi hanno contattato 4.317 pazienti segnalati dalle Usca: più di 10.500 telefonate che lasciano il segno, anche su di loro.
“Capita – ammette Francesco – che abbiamo bisogno di sostenerci a vicenda, per portare meglio tutto questo carico emotivo”.
Ma arrivano anche dei grazie potenti. I pazienti si legano a queste voci al telefono che li tengono agganciati alla vita così fortemente e delicatamente. Alcuni chiedono incontri; altri sono convinti che non servano: “Se ti vedessi, so che ti riconoscerei”, ha scritto una paziente alla psicologa che l’ha seguita.
Gli educatori e la lotta contro l’abbandono
Gli educatori, invece, lavorano sui vuoti da riempire.
Il Covid ne ha lasciati moltissimi, dilatando il tempo per rimuginare (negli adulti) e per annoiarsi (nei bambini).
Un pezzo di emergenza sociale è consistito nell’imparare a gestire lo spazio in più per sé stessi.
“Ai più giovani abbiamo proposto attività come tenere diari, scrivere racconti, disegnare: modi per vivere le proprie emozioni – racconta Gabriele Giannino.
Utili sono stati anche i giochi da fare insieme in famiglia, per tenersi impegnati e alleggerire il clima”.
Con gli anziani hanno lavorato sulla memoria, come per scavare alla ricerca di felicità passate e riagguantarle: chi c’era al suo matrimonio? Chi le è rimasto ancora vicino? Nessuno, a volte.
Specie tra gli anziani soli già prima dell’isolamento da Covid, c’è chi ha aspettato quelle telefonate come si aspetta un appuntamento, con la stessa impazienza e certezza che arriverà e sarà bellissimo. Il nemico numero uno da abbattere è stato il senso di abbandono.
Ma anche la trascuratezza: quel contrario del valorizzarsi che fa parte di un lasciarsi andare sperimentato da molti, tra isolamento e quarantena.
Agli educatori il ruolo di personal trainer della mente, per ricordare che la vita continua anche tra quattro mura.
“Ogni giornata ha una scansione: organizzarla aiuta a tenersi in allenamento e a non soccombere – afferma Gabriele.
Prendersi cura di sé passa banalmente anche dal mantenere ritmi equilibrati del sonno e della veglia o dal tenere il filo di una routine fatta di cose piccole, eppure preziose, perché si fanno per sé stessi”.
Come succede a psicologi e assistenti sociali, la gratitudine li travolge.
“Noi ci dobbiamo vedere”, si sentono spesso dire, per aggiungere finalmente degli occhi e un sorriso a quella voce che ha fatto tanto.
“In fondo – conclude l’educatore – per le persone non facciamo nulla di speciale, a parte ricordare loro l’essenziale”.

Prof. Renato Patrizio Costa – Consulente Sanitario ASSILT
Stefania Moretti – Addetta stampa ufficio commissario straordinario Covid Palermo
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